C’è una parola che attraversa le letture di questa domenica e che forse può attraversare anche la nostra vita: sconfinamento.
C’è Isaia che ci parla di un Dio che sconfina.
Un Dio che non si lascia rinchiudere nei confini religiosi, etnici, culturali del suo popolo. «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli». Non per alcuni popoli. Non per quelli che hanno il passaporto giusto. Non per quelli che appartengono alla comunità giusta. Per tutti i popoli.
C’è Paolo che sconfina nella misericordia universale.
Non ci sono più quelli che stanno dalla parte giusta e quelli dalla parte sbagliata. Non ci sono i puri e gli impuri, gli arrivati e gli stranieri, quelli dentro e quelli fuori. Siamo tutti dentro la stessa misericordia.
C’è Gesù che sconfina.
Esce dalla terra d’Israele, entra nella regione di Tiro e di Sidone, in terra pagana. Non è un dettaglio geografico. È un gesto teologico. Gesù mette i piedi dall’altra parte del confine.
C’è una donna che sconfina.
È straniera, ed ancor più scandaloso è donna. Non appartiene al popolo dell’alleanza. Eppure attraversa il confine che dovrebbe tenerla lontana e grida: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide!». Quella donna non accetta il posto che le è stato assegnato. Non accetta di stare dall’altra parte.
C’è il Vangelo che sconfina in uno scandalo.
Gesù sembra resistere ed una donna che non arretra, insiste. Gesù che riconosce la sua fede.
È come se il Vangelo ci dicesse che la fede è anche: avere il coraggio di attraversare un confine che sembrava invalicabile.
Ci siamo noi, uomini e donne –spesso- del confinamento.
Ci sono tanti confini: Geografico (di qua e di là del confine). Sociale (quelli che contano e quelli che non contano). Economico (quelli che hanno opportunità e quelli che vivono ai margini). Culturale (noi e loro). Religioso (quelli che sono dentro e quelli che sono fuori). Interiore (cancellando quello che abbiamo giudicato)
Ci sono loro. Ergiamo muri di cemento, amministrativi, burocratici, linguistici, culturali, di paura, di indifferenza, di parole.
Quando una persona arriva da un altro Paese, prima ancora di chiederci chi sia, cosa abbia vissuto, quale dolore abbia attraversato, spesso ci chiediamo: «Da dove viene? È regolare? Ha i documenti? Può stare qui?». La logica del loro è quella del documento che viene prima della persona, mentre il vangelo sconfina e ci dice che la persona viene prima, viene prima il suo volto, viene una vita che Dio sta affidando alla nostra responsabilità.
Ci sono i confini in questo tempo.
Ceuta, dove ancora una volta il Mediterraneo e le sue frontiere sono diventati teatro di paura, respingimenti, ritorni e scontro politico. Nelle ultime settimane la crisi ha persino provocato una tensione tra Italia e Spagna, con Roma che ha reintrodotto controlli alle frontiere con la Spagna proprio nel contesto della vicenda migratoria di Ceuta.
Che cosa succede quando il confine diventa più importante della persona?
Che cosa succede quando la politica, invece di governare un fenomeno umano complesso, trasforma lo straniero nel simbolo di una minaccia?
Non stiamo dicendo che non debbano esistere regole, che non debba esistere una politica migratoria, che gli Stati non abbiano responsabilità nella gestione dei confini.
Ma per un cristiano c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: che cosa succede all’uomo che si trova dall’altra parte del confine?
E qui il Vangelo non ci permette di restare neutrali. Perché Dio dice: «La mia casa sarà casa di preghiera per tutti i popoli». Tutti.
C’è Brindisi, casa nostra.
A Brindisi, a Restinco, un Centro di permanenza immigrati. Non possiamo pronunciare il nome di Restinco come se fosse soltanto il nome di una struttura amministrativa.
Dietro quel cancello non ci sono pratiche amministrative con un numero, ci sono persone, storie, volti.
Una comunità che si dice cristiana non può abituarsi all’idea che esistano persone che diventano invisibili semplicemente perché sono finite dalla parte sbagliata di un confine.
C’è chi lasciamo fuori. Il problema non è soltanto chi entra.
Il problema è chi lasciamo fuori dalle nostre città? case? dalla dignità di esseri umani? dalla possibilità di ricominciare? dal nostro sguardo?
C’è chi vive dentro.
I Brindisini emarginati in logiche di ghettizzazione (quartieri popolari senza una struttura urbanistica di vivibilità sociale). La nostra città, conosce forme di emarginazione sociale, povertà, solitudine, persone che vivono ai margini e che diventano quasi estranee nella propria stessa città.
C’è il confine più terribile.
Non è quello che separa due Stati, ma quello che separa una persona da un’altra persona.
Alziamo lo sguardo.
Il Vangelo non ci invita a spostare i confini ci invita a sconfinare. Sono due cose diverse.
Spostare un confine significa continuare a volere che un confine debba esserci.
Sconfinare significa scoprire che dall’altra parte c’è un fratello, c’è una sorella, c’è qualcuno che può perfino diventare per noi una rivelazione di Dio.
La donna cananea non è soltanto una straniera che riceve qualcosa da Gesù. È anche una donna che ricorda a Gesù che la misericordia di Dio è più grande dei confini che gli uomini hanno costruito.
E forse questo è uno dei grandi miracoli della fede: lasciarsi convertire dall’altro.
Charles de Foucauld mi viene in mente.
La sua fraternità universale non è teoria. Nasce dall’incontro con l’altro, soprattutto con chi è lontano, straniero, diverso. Fr. Charles arriva a desiderare di essere «fratello universale»: Non padrone. Non giudice. Non colui che stabilisce chi merita di entrare nella sua Kahoua (casa che accoglie).
Fratello universale: il mio IO esiste perché c’è un TU. Non posso costruire la mia identità contro qualcun altro. Non posso costruire la mia sicurezza escludendo l’altro. Non posso aumentare la mia umanità, se quella dell’altro diminuisce. La mia fede non la difendo alzando un muro, ma avendo il coraggio di attraversarlo.
La liturgia di oggi ci parla di un passaggio: dal confinamento allo sconfinamento.
Dal Dio confinato… al Dio che apre la casa.
Dal popolo che pensa di possedere Dio… al Dio che dice: «La mia casa è per tutti i popoli».
Da Gesù che sta dentro i confini di Israele… al Gesù che cammina in terra pagana.
Dalla donna che avrebbe dovuto rimanere fuori… alla donna che entra nella storia della salvezza.
Dal nostro bisogno di classificare… al desiderio di incontrare.
Dalla paura… alla fraternità.
Dal muro… alla porta.
Dal confine… alla terra promessa, senza confini
La terra promessa di Dio, non è una terra recintata.
È una terra dove nessuno deve essere straniero. È una casa senza esclusi. È una tavola dove c’è posto per tutti. È quella città di Dio verso cui camminiamo e nella quale i confini che oggi ci dividono non avranno più l’ultima parola.
E allora forse oggi il Signore ci domanda: Qual è il confine che devo attraversare? Quale persona ho confinato? Quale volto ho trasformato in una categoria? Quale paura mi impedisce di incontrare l’altro? Quale muro continuo a chiamare prudenza, quando forse è soltanto paura? La donna cananea oggi ci insegna che bisogna avere il coraggio di sconfinare. Isaia ci ricorda che la casa di Dio è più grande delle nostre case.
Gesù ci mostra che Dio non ha paura di attraversare le frontiere.
E Charles de Foucauld ci consegna una parola semplice e rivoluzionaria: fratello universale.
Forse il cammino cristiano è proprio questo: uscire lentamente dai nostri piccoli recinti, attraversare i confini che ci siamo costruiti, e scoprire che dall’altra parte Dio ci stava già aspettando.
Perché la casa di Dio è una casa senza stranieri. E la terra promessa verso cui camminiamo è una terra senza confini.
