“Voi, chi dite che io sia?”. Gesù fa questa domanda a Cesarea di Filippi.
Non è un dettaglio geografico da poco: è una città pagana, dominata dal grande santuario dedicato al dio Pan (dio della natura selvaggia, del piacere, dell’istinto), dai templi costruiti in onore della divinità imperatore (potere politico divinizzato) e del Dio Baal (della fertilità, della ricchezza materiale).
Cesarea di Filippi è un luogo dove ogni potere, ogni forza della natura, ogni autorità umana aveva il suo altare e la sua statua. Ed è proprio lì, non nella sinagoga, non nel tempio di Gerusalemme, non in un luogo “protetto”, che Gesù sceglie di fare la domanda più decisiva della sua vita pubblica: “La gente, chi dice che io sia? E voi, chi dite che io sia?”.
Non aspetta di essere in un luogo sicuro, tra i suoi. Chiede conto della fede dei discepoli proprio davanti agli idoli, in mezzo alle statue degli dèi. È come se dicesse: la vostra fede vale qualcosa solo se sa dire il mio nome anche qui, in mezzo a tutto quello che pretende di essere dio al posto mio.
E allora la domanda diventa immediatamente nostra; oggi: quali sono i nostri “luoghi pagani”?
Non servono più templi di pietra dedicati, ma restano le stesse divinità:
- Pan: divinità del piacere e dell’istinto immediato. È oggi il culto del piacere e dell’immagine di sé — la cultura che dice “se lo senti, fallo”, che sacralizza il desiderio individuale sopra ogni legame e responsabilità, e che trova il suo tempio nei social, dove il corpo, l’apparenza e la gratificazione istantanea diventano l’unico criterio di valore. Il Dio dei like e del consenso.
- Augusto: il culto imperiale. È oggi il dio del potere e del successo, della carriera, del consenso — l’idea che vale solo chi emerge, chi comanda, chi ha visibilità e influenza, mentre chi è debole, povero, “inutile” al sistema, semplicemente non conta.
- Baal: il dio della fertilità, del raccolto, della ricchezza materiale. È oggi il mercato, il profitto, il possesso — l’idea che la sicurezza e il valore di una persona si misurino da quanto guadagna, quanto ha, quanto consuma. È il dio a cui sacrifichiamo tempo, relazioni, a volte onestà, pur di “avere di più”.
Divinità a cui bruciamo ogni giorno, nei carboncini dell’IO, l’incenso danaro. È lì, in mezzo a questi altari (social-immagine, potere, successo, consenso…) che Gesù ci chiede: “E voi, cosa dite di me?”. Non nella comodità della nostra chiesa di domenica, ma nell’ufficio, allo stadio, al bar, davanti allo schermo del telefono, nei supermercati, sui marciapiedi della nostra città: dove si gioca davvero la nostra fede, non altrove.
Pietro, in quel luogo pagano, risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli affida le chiavi: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli”. La prima lettura, con Eliakìm a cui viene posta sulla spalla la chiave della casa di Davide, prepara questa immagine: la chiave è un potere, ma è soprattutto una responsabilità. La chiave si porta in spalla, non in tasca. Chi ha le chiavi non le tiene per sé, non è un potere ma una responsabilità: apre la porta agli altri. Pietro non riceve un trono, riceve un servizio: custodire la porta perché tutti possano entrare.
Se la confessione di fede nasce proprio nel cuore del mondo pagano, allora non può restare una formula recitata: deve avere un corpo, una faccia, delle mani, anche fuori di qui, dove tutto sembra dire il contrario di Cristo.
Ho pensato a una frase che mi hanno detto i detenuti, qualche giorno fa: “Gesù, oggi, lo portiamo noi”. Mi ha colpito profondamente, perché viene da chi, agli occhi del mondo, avrebbe tutte le ragioni per sentirsi escluso, dimenticato, “fuori” dalla porta. E invece hanno capito quello che a volte noi, liberi, fatichiamo a capire: che le chiavi del Regno non sono un privilegio da custodire, ma un Vangelo da portare addosso, nella carne, negli sbagli, nella fatica di ogni giorno — anche loro, in un certo senso, vivono in un “luogo pagano”, eppure spesso confessano Cristo meglio di tanti di noi.
Cosa possiamo dire chi è Cristo per me, proprio oggi davanti ad un uomo che essendo “finito” in una casa di accoglienza per senza tetto, a soli 12 Km in linea d’aria dalla nostra piccola chiesa, che poche ore fa ha deciso di non voler più respirare?
Cosa possiamo dire chi è Cristo per me davanti alla recente “notizia” della legalizzazione in Francia della eutanasia, di uomini che davanti alla disperazione anziché essere sostenuti (in ogni senso, morale e fisico) scelgono di non respirare più e lo Stato li “sostiene” in questa scelta?
Cosa possiamo dire chi è Cristo per me dinanzi alla notizia di sabato notte, apprendendo che a Brindisi, è bruciata di nuovo la saracinesca di un’attività — la seconda volta in pochi mesi. Un gesto di violenza, e la cosa più inquietante non è nemmeno il fuoco: è che rischia di diventare una notizia come tante, che scorre via, che non ci tocca più.
Cosa possiamo dire chi è Cristo per me all’alba di un’altra notte insonne, scandita dal rombo di auto truccate lanciate a folle velocità per i viali del nostro quartiere, che sembrava essere una gara clandestina. E per cosa? Per un brivido che poteva costare la vita a chiunque passasse di lì per caso. Anche a uno di noi, di ritorno a casa dal lavoro.
Perché fuori dalla nostra piccola chiesa la domanda chi sono io per te, resta spesso senza risposta nei fatti?
Che cristiani vogliamo essere? Cristiani che si voltano dall’altra parte, o cristiani che si indignano insieme dinanzi alle ingiustizie?
Ma se il Vangelo non lo portiamo noi, anche nei luoghi pagani del nostro tempo, allora quell’indifferenza diventa l’altare per un dio che non è il nostro: il dio del “non mi riguarda”.
E mi torna in mente un tempo non lontano, quando su queste stesse coste arrivavano gli albanesi, e Brindisi — pur tra mille difficoltà — si apriva, accoglieva, condivideva il poco che aveva. Eravamo cristiani anche in quello, forse senza saperlo troppo bene teologicamente, ma lo eravamo nei fatti: le porte aperte, il pane condiviso, un letto trovato per chi non ne aveva.
Oggi abbiamo da quasi un anno sotto i nostri occhi uno spagnolo ed abbiamo avuto per parecchi mesi un bidello. Senza casa, senza una famiglia che si prenda cura. Ha fatto tanto caldo, qualcuno è uscito dalla propria casa raffrescata dall’aria condizionata per portare loro una bottiglia di acqua fresca? Un gelato? Un thè? Un Caffè? Un po’ di compagnia? La condizione di solitudine può condurre verso baratri.
Dov’è finita quella carità, quell’accoglienza del tempo dello sbarco degli albanesi? Le abbiamo forse chiuse a chiave -quelle porte- dimenticando che le chiavi di Pietro non servono a sprangare, ma ad aprire?
E qui come comunità cristiana dobbiamo farci un esame di coscienza. Forse abbiamo pensato troppo alle forme — alla liturgia curata nei minimi dettagli, alle processioni, alle celebrazioni solenni, alle strutture da mantenere, ai fuochi di artificio, agli addobbi, alle luminarie — e troppo poco alle ossa aride che giacciono nella nostra città, sotto i portici, agli angoli delle strade, a due passi dalle nostre chiese. Il profeta Ezechiele vede una valle piena di ossa inaridite e Dio gli chiede: “Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?”. Non lo sappiamo, se non proviamo a profetizzare su di loro, se non ci avviciniamo.
Una Chiesa che perfeziona il rito, che forse ha curato troppo le preghiere come formule e troppo poco la preghiera come dialogo del cuore con Dio, rischia di dimenticare l’uomo che ha sete ai bordi della strada. Se non sa chinarsi su di lui, può finire per assomigliare più a un tempio pagano — bello, ordinato, impeccabile nelle sue forme — che alla casa di un Dio che si è fatto povero.
Le chiavi che Cristo affida a Pietro non aprono sacrestie: aprono ossa aride, aprono vite dimenticate.
“Chi dite che io sia?” Gesù lo chiede ancora oggi, non in un’aula di teologia, ma proprio nei nostri luoghi pagani: davanti a una saracinesca bruciata, davanti a chi bussa e non trova posto, davanti ad uno spagnolo, davanti ad un bidello, davanti ad auto che sfrecciano inconsciamente, davanti a un detenuto che ci ricorda, meglio di tanti bei discorsi, che Cristo lo si porta, non lo si conserva in una teca.
Vi lascio per questa settimana una domanda, la stessa di Gesù, ma calata nei nostri “luoghi pagani”: nei posti dove tu vivi, lavori, scorri il telefono, taci o parli — se qualcuno ti guardasse in quel momento, chi direbbe che è il tuo vero dio?
