Ezechiele 33,7-9 – Romani 13,8-10 – Matteo 18,15-20
Oggi il Vangelo ci mette davanti una parola scomoda, che non ci piace, che se potessimo cancelleremmo dal vocabolario delle nostre relazioni: correggere.
A chi piace essere corretto? A nessuno. Se uno viene da noi e ci dice: guarda che stai sbagliando, subito ci viene da rispondere: pensa alla vita tua che alla mia ci penso io, cioè non mi fare la predica. Spesso, invece, trovandoci dalla parte di chi può correggere e sapendo che la verità dà fastidio, preferiamo non immischiarci. È la “logica” del non sono affari miei, è la sua vita, faccia quello che vuole, e con un bel il Vangelo dice non giudicare mettiamo tutto a posto e così non vediamo, non sentiamo, non parliamo… non abbiamo problemi.
Ma Gesù oggi ci dice un’altra cosa: se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Va’ da lui, non andare dagli altri per raccontarlo in giro, non trasformare il suo errore in una chiacchiera, non dire: è fatto così e non cambierà mai. Gesù dice: va’ da lui con il cuore in mano, guardalo negli occhi, parlagli e digli la verità, non per vincere una discussione ma per salvare una relazione ed avrai guadagnato tuo fratello.
Tante volte, siamo più interessati ad avere ragione che a non perdere l’altro; quante volte diciamo: te l’avevo detto che finiva così!
Guadagnare tuo fratello, significa guardalo oltre il suo errore. Ha sbagliato, non è soltanto il suo sbaglio. Ha rubato? non è soltanto un ladro. È caduto nella droga? non è soltanto un drogato. Si è rovinato con il gioco? non è soltanto un giocatore. Invece spesso si finisce con l’etichettare: quello non cambierà mai. Dio non ragiona così, Dio guarda la persona, Dio dice: puoi ancora cambiare e ricominciare, ed allora occorre qualcuno che abbia il coraggio di venire da te per dire di fermarti, non per umiliarti, ma perché ti vuole bene.
Nella prima lettura di questa domenica Ezechiele rivela che il Signore gli ha rivolto questa parola: O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.
Siamo messi dinanzi all’immagine molto forte della sentinella. La sentinella è uno che vede, che si accorge, che non fa finta di niente, che vede arrivare il pericolo e avverte. La sentinella non può dire non sono fatti miei.
Oggi la Parola di Dio ci raggiunge nella domanda: di chi sei sentinella tu? Di tuo figlio? Di tua figlia? Di tuo marito? Di tua moglie? Di un amico? Di un ragazzo? Di uno che sta cadendo in una dipendenza? Di uno che si sta rovinando con il gioco? Di uno che beve sempre di più? Di uno che si sta isolando? Di uno che sta diventando violento?
Il Vangelo oggi ci dice: sono affari tuoi, perché se ti accordi che tuo fratello è in difficoltà e non puoi girarti dall’altra parte. Nu’ te ne scì, non andartene, resta, fai qualcosa. Nel linguaggio del Vangelo è ama tuo fratello, perché il contrario dell’amore non è soltanto l’odio ma è anche l’indifferenza del non mi importa del me ne frego.
E intanto l’altro si perde, nella nostra tranquillità per non esserci immischiati, e così qualche volta non immischiarsi è proprio il peccato. Invece, il contrario di me ne frego, è I care, mi sta a cuore, ci tengo, ciò che don Lorenzo Milani ha insegnato ai suoi ragazzi scuola di Barbiana.
Abbiamo ancora speranza nella nostra Brindisi, nel quotidiano della vita concreta continuiamo a fare esperienza di Vangelo… continuiamo ad incontrare l’I care.
Al Tribunale di Brindisi, nei prossimi giorni, è stata annunciata un’iniziativa dell’Associazione Nazionale Magistrati. Mercoledì 9 settembre, dalle 8.30 alle 12, un’unità mobile dell’ospedale Perrino sarà nel piazzale interno del Tribunale per la raccolta del sangue. Uno va, si siede e dona il sangue per una persona di cui non conosce il nome, la faccia la storia. Sa soltanto una cosa: qualcuno potrebbe averne bisogno. Proviamo a riflettere un attimo su questo gesto. Io do qualcosa di me a uno che molto probabilmente non incontrerò mai, questo è dire: la tua vita mi riguarda e mi stai a cuore. E da chi viene questa iniziativa? Da chi per mestiere giudica le responsabilità, ma quel giorno il tribunale sarà il luogo dove si dirà prima di giudicarci, possiamo aiutarci. Perché quel sangue che oggi viene donato da un giudice domani potrebbe arrivare a una persona che un giorno sarà davanti a lui, dall’altra parte dell’aula, chiamata a rispondere delle proprie azioni. Ma quando quel sangue viene donato, questo non lo sappiamo e, soprattutto, non ci interessa saperlo. Sappiamo soltanto che è una vita e che quella vita può avere bisogno di noi. E allora forse c’è una parola del Vangelo che può illuminare anche questo gesto: prima di giudicare dobbiamo imparare ad avere cura, perché davanti al bisogno, prima ancora di essere giudici o giudicati, siamo semplicemente uomini che hanno bisogno gli uni degli altri. Questo è Vangelo.
A Cala Materdomini, il 4 luglio 2026, una famiglia polacca nel mare agitato non riesce a tornare a riva restando aggrappati ad uno scoglio. Due ragazzi di origine tunisina vedono quello che sta accadendo e prestano il primo aiuto sino all’arrivo dei vigili del fuoco. Fermiamoci un attimo. Sono tunisini, e la notizia avrebbe risuonato per giorni su tutta la stampa locale e nazionale se avessero fatto qualcosa di male, perché ogni occasione è buona per sostenere che il “male” viene dagli sbarchi clandestini. Chissà quanti brindisini sono a conoscenza di questo episodio, di ragazzi che avrebbero potuto dire di quella famiglia: non li conosciamo, sono affari loro. Proprio quei ragazzi tunisini, hanno invece visto che qualcuno affondava, e quando qualcuno affonda non gli chiedi nulla, lo tiri in salvo e basta. La sentinella non è chi dalla riva commenta, per poi dire: l’avevo capito che stavano annegando. La sentinella è chi entra nel problema dell’altro, che si sporca le mani, che rischia, che dice Uagnò, resisti, aspetta, non ti lascio. Questo è Vangelo.
Vi è poi una piccola storia dal carcere. Quella di un ragazzo che è finito dentro dopo una storia di ludopatia. Il gioco gli ha mangiato la vita. Prima le scommesse, poi i debiti, poi il recupero ed alla fine il furto. Un giorno, dentro il carcere, si mette a giocare a carte con altri detenuti e propone una scommessa non di soldi, ma un pacco di gomme da masticare, una cosa piccola, una cosa da niente. E uno degli altri detenuti interviene e gli dice: non hai imparato la lezione, sei finito qui dentro per le scommesse ed ora ricominci? Quell’uomo poteva stare zitto, ed invece parla con durezza e verità. Questa è correzione fraterna. La sentinella conosce il precipizio e quando vede uno che ci sta finendo, non applaude, non commenta, non si gira, ma grida fermati. Questo è Vangelo.
Il problema è che la mentalità del me ne frego, anche in questa città, ci ha anestetizzati portandoci ad accorgerci sempre dopo, e così dopo le tragedie finiamo con il dire: non sembrava, non ce ne eravamo accorti, se avessimo saputo…
La sentinella serve prima della caduta, prima che il gioco si mangi lo stipendio, prima di dire ci voleva altro sangue, prima di dire sono annegati. Dopo è facile, perché ci arrivano tutti e tutti dopo hanno qualcosa da dire. Il Vangelo chiede di esserCI con il coraggio di urlare quella parola che non piace: fermati.
Attenzione. Si può correggere l’altro per amore ma anche per sentirsi superiori, ed allora correggere diventa umiliare e non più Vangelo. Il giudizio etichetta: tu sei sbagliato, te la sei cercata, arrangiati. La correzione fraterna dice: quello che stai facendo è sbagliato, ma io non voglio perderti, io sono qua.
Ma quando essere corretti tocca noi? Apriti cielo. Chi sei per dirmelo? Pensa alla vita tua. San Paolo oggi dice: non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole. Questo è il nostro debito, il debito dell’amore. Nessuno di noi è arrivato solo con le proprie forze al punto in cui si trova oggi. Se ci pensiamo vi è stato sempre qualcuno che ci ha aiutati, che ha aspettato, che ha corretto, che ha perdonato, che ci ha detto, mentre affondavamo, non mollare. Siamo stati aiutati, restituiamo il dono ricevuto tirando fuori il coraggio di dire la verità con amore.
Una parrocchia cristiana non è un posto dove nessuno sbaglia, se fosse così dovremmo chiudere subito. Una comunità vera è quella dove, quando uno cade, qualcun’altro se ne accorge, quando uno perde, qualcuno lo cerca, quando uno prende una strada verso la distruzione qualcuno gli dice fermati. Questa è la Chiesa che “serve”. Non quella del dito puntato ma quella della mano tesa, non quella che conta i peccati, ma quella che conta le persone non quella che dice: tu sei sbagliato ma quella che dice: tu sei mio fratello. Oggi il Signore ci chiede una cosa molto semplice: non facciamoci i fatti nostri che, non significa invadere la vita degli altri, controllare, diventare giudici, significa una cosa molto più semplice: non far finta di non vedere. Questo è il Vangelo.
E allora torniamo a pensare a quella famiglia in mare, stava affondando e qualcuno si è mosso. Pensiamo a chi il 9 settembre andrà a donare il sangue, darà qualcosa di sé a uno che forse non conoscerà mai. Pensiamo a quel detenuto, a quel pacco di gomme, ad una partita a carte e a chi ha detto: ma che stai facendo? Tre storie diverse, ma che hanno in comune il vedere nell’altro un essere umano in difficoltà, e da questo la presa di coscienza che la vita dell’altro mi appartiene.
La fraternità non si costruisce a parole, ma con le mani, con il sangue, con il coraggio di dire la parola giusta, restando accanto.
La domanda che il Vangelo ci lascia oggi è una sola, non quante volte ho avuto ragione? quante persone ho corretto, quante volte ho detto agli altri come devono vivere. La domanda è: quando tuo fratello stava affondando, tu dov’eri?
Magari un giorno, davanti al Signore, potremo rispondere: Signore, io non sono stato perfetto, ho sbagliato pure io, qualche volta ho avuto paura, qualche volta ho fatto finta di non vedere, qualche volta ho detto a me stesso fatti i fatti tuoi… ma poi ho capito, ho visto mio fratello affondare e non me ne sono andato, ho visto uno sbagliare e ho trovato il coraggio di parlargli, ho visto uno cadere e ho provato a rialzarlo, ho visto uno tornare verso la strada che lo aveva già distrutto e gli ho detto basta.
E quando sono caduto io, quando ero io quello che stava affondando, qualcuno è venuto a cercarmi, qualcuno mi ha corretto, qualcuno mi ha aspettato, qualcuno mi ha detto: Uagnò, non finisce qua… allora ho capito, Signore, che la vita di mio fratello era affidata anche a me e che la mia vita era affidata anche a lui.
parroco vito
