20 Settembre 2026

Le tre letture di oggi ci chiedono una conversione, forse più difficile della conversione dei comportamenti, la conversione del nostro modo di pensare, scrive Isaia: I miei pensieri non sono i vostri pensieri.

La prima lettura di Isaia è tratta dal secondo Isaia. Sullo sfondo c’è la dolorosa esperienza dell’esilio: Israele ha perso la terra, il Tempio, le proprie sicurezze e viene ora invitato a credere nuovamente nella possibilità di un futuro. L’esilio non è stato un ritiro spirituale, ma l’esperienza concreta di chi perde tutto: la casa, il lavoro, la propria terra, persino le tombe dei padri, e viene condotto in una terra straniera.

Israele non ha imparato Dio sui libri: lo ha ritrovato nella fame, nel pianto, nell’umiliazione. La sua fede non è maturata tra gli inni del Tempio, ma tra le lacrime di Babilonia: è diventata carne prima di diventare parola. È la differenza tra chi ha letto che cos’è la fame e chi l’ha patita, tra chi canta il Signore è vicino nella tranquillità dei banchi delle liturgie e chi lo ha scoperto vicino proprio quando tutto gli era stato tolto.

La fede di Israele non è una teoria, ma una cicatrice, una vita attraversata. Dio lo hanno incontrato nella propria carne ferita ed è proprio da un popolo scartato che rinasce la speranza: perché ciò che il mondo scarta, Dio lo raccoglie: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie».

Questo significa che Dio è incomprensibile? No. Noi calcoliamo, Dio eccede; Noi ricordiamo il debito, Dio apre una possibilità; Noi diciamo: «ha avuto la sua occasione», Dio dice: «può ancora tornare»; Noi mettiamo un limite al perdono, Dio largamente perdona.

Paolo, nella lettera Filippesi, scrive mentre è prigioniero e non sa quale sarà l’esito della sua vicenda. Potrebbe essere liberato, ma potrebbe anche andare incontro alla morte, ed è in questa situazione che pronuncia una delle frasi più radicali del Nuovo Testamento: «per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno».

Questo capovolgimento di Paolo, abbracciare la vita di Cristo crocifisso, porta ad un capovolgimento nella nostra vita: dal che cosa conviene a me? al che cosa serve a voi? dall’Io al Noi, dal possesso al dono, dalla convenienza alla responsabilità, e per questo conclude: «comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo». Il Vangelo non è soltanto qualcosa da credere, deve diventare un modo di stare nella storia… un padrone che continua a uscire: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri».

Nel Vangelo di Matteo oggi troviamo la parabola: il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna, una scena normalissima al tempo di Gesù. I lavoratori giornalieri aspettavano nelle piazze che qualcuno li assumesse, non avere lavoro quel giorno poteva significare non avere il necessario per mantenere la propria famiglia. Il padrone esce all’alba e concorda con alcuni lavoratori un denaro. Ma poi accade qualcosa di strano, continua ad uscire sino a quando ormai rimane pochissimo tempo per lavorare.

È sempre il padrone che esce, non sono gli operai a bussare alla sua porta, è lui che continua a cercarli (cfr. Isaia), non riesce a rassegnarsi al fatto che qualcuno sia rimasto fuori dalla vigna e quando incontra gli ultimi e domanda: «perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?» La risposta non è perché non avevamo voglia ma è: «nessuno ci ha chiamati».

La conclusione la conosciamo, tutti pagati allo stesso modo e l’invidia dei primi. Ma l’occhio del padrone ha pensieri diversi dai lavoratori, il padrone guarda l’ultimo e vede un uomo che deve tornare a casa con qualcosa da mettere sulla tavola, mentre il primo guardando lo stesso uomo vede un concorrente che ha ricevuto troppo. La questione non è solo la generosità di Dio, ma il modo con cui Dio guarda a ciascun uomo, in modo differente, ogni uomo è nel suo cuore di Padre: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri».

Domandiamoci: con quali occhi guardiamo gli altri? Con quelli del padrone del Vangelo di Matteo o con quelli degli operai che mormorano? Con gli occhi di chi pensa che tutto possa essere comprato o con quelli di chi rischia di essere trattato come qualcosa da comprare?

Groenlandia. Negli ultimi mesi si è parlato molto della volontà degli Stati Uniti di accrescere il proprio controllo sulla Groenlandia, mentre da parte groenlandese è stato ribadito che quella terra non è in vendita. La questione sembra concludersi con una maggiore significativa presenza per questioni di sicurezza. Verrebbe da dire che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, ma non si vuol guardare a questa vicenda in una prospettiva geopolitica, interessa piuttosto la domanda che in tutto ciò raggiunge la coscienza: può davvero ogni cosa avere un prezzo? Una terra, un popolo, la libertà di decidere il proprio futuro, le risorse, la sicurezza?

Una delle grandi tentazioni del nostro tempo è credere che essere abbastanza forti, tanto da comprare, controllare o conquistare qualcosa significhi avere anche il diritto di possederla. È la logica del più forte, ed è l’opposto della parabola di oggi e di tutto il Vangelo. Il padrone del Vangelo possiede il denaro, ma non lo usa per comprare l’uomo, lo usa per restituirgli dignità. All’operaio delle cinque non domanda: quanto vali sul mercato? Gli permette di tornare a casa con il pane per la sua famiglia.

Ed è proprio qui che la parabola tocca anche un’altra tentazione del nostro tempo: non si comprano soltanto terre e risorse, sempre più spesso si cerca di comprare anche il consenso delle persone. Il padrone della parabola invece, dà senza trasformare il bisogno dell’operaio della vigna in uno strumento di potere; non approfitta della sua fragilità per legarlo a sé. La logica della promessa facile, di contro, può nascere proprio quando il bisogno, la paura o la rabbia delle persone diventano strumenti per conquistarne il consenso e così il cittadino non è più una coscienza da rispettare e rendere responsabile, ma qualcuno da convincere promettendogli ciò che desidera sentirsi dire.

Ascoltare il popolo è un dovere. La degenerazione comincia quando alla complessità si sostituisce lo slogan; quando, invece di spiegare, si alimentano paura e rabbia; quando si promette che tutto possa essere ottenuto senza costi e si cerca continuamente qualcuno a cui attribuire la colpa. Il Vangelo segue la direzione opposta: non compra il consenso dell’uomo, ma gli restituisce dignità e responsabilità. Perché è molto più facile dire «ti do qualcosa subito» che dire: «costruiamo insieme qualcosa i cui frutti forse non vedremo noi, ma saranno un bene per chi verrà dopo».

I pensieri del mondo sono spesso comprare una terra, comprare una persona, comprare il consenso, mentre la parabola propone la logica opposta: non possedere l’altro, ma restituirgli dignità: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri»

Il bollo automobilistico, ad esempio una tassa in meno per un anno, significa certamente qualcosa in più per un anno nelle tasche di alcuni italiani . Il cristiano, tuttavia, non deve domandarsi se questa cosa sia di destra o di sinistra, ma deve farsi una domanda molto più difficile perché raggiunge la propria coscienza: qual è il bene comune? La domanda cristiana non può fermarsi a: quanto ci guadagno io? Deve diventare: qual è il bene comune? Le risorse pubbliche sono risorse della comunità e ogni scelta comporta delle priorità: ciò che destiniamo a una cosa non potremo destinarlo a un’altra. Quanto valgono un ospedale, una scuola, una famiglia fragile, un uomo?

È qui che il Vangelo diventa concreto e duro. Gli operai della prima ora guardano tutto a partire da sé: io ho lavorato di più, io merito di più. Il padrone, invece, riesce a vedere anche l’uomo arrivato alle cinque: anche lui deve tornare a casa con il pane per la propria famiglia. La parabola ci sposta dall’Io al Noi, da ciò che conviene a me a ciò che permette anche all’altro di vivere.

La logica del vantaggio facile può insinuarsi proprio qui: quando la persona viene considerata più come un consenso da conquistare che come una coscienza da rispettare. Ti tolgo una tassa, ti do qualcosa subito. La domanda cristiana responsabile dovrebbe anche essere: chi ne sosterrà il costo? A cosa rinunceremo? Quali conseguenze avrà sugli altri? La coscienza non si compra!

Oggi questa responsabilità è ancora più urgente. Soprattutto in un tempo in cui l’intelligenza artificiale può costruire immagini credibili di fatti mai accaduti, dobbiamo imparare non soltanto a distinguere il bene dal male, ma anche il vero dal falso, i bisogni reali da quelli costruiti per orientare le nostre scelte verso il bene di tutti.
È ciò che accade anche a Paolo. Desidererebbe lasciare questa vita per essere con Cristo, per lui sarebbe la cosa migliore, ma poi pensa agli altri e comprende che restare può essere ancora utile ai suoi fratelli. Passa da ciò che è meglio per me a ciò che può essere bene per voi. Forse convertirsi nei pensieri significa proprio questo: imparare a non guardare la vita soltanto a partire da noi stessi. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri»

A Brindisi? Come viviamo? Qualcuno ci ha presi a giornata?

In questi giorni è aperta una fase delicata della nota vertenza Lyondell Basell (petrolchimico). Dietro le parole impianto, riconversione, dismissione, ammortizzatori sociali ci sono persone, padri, madri, figli, famiglie, e c’è qualcuno che la sera torna a casa e si domanda: che cosa succederà domani?

E poi ci sono i nostri giovani che studiano, si laureano, mandano curriculum, aspettano, e spesso arriva il giorno in cui prendono una valigia e vanno via. Anche loro sono nella piazza, aspettano che qualcuno gli chieda di fare qualcosa.

Il Vangelo non ci dà il piano industriale per Brindisi, ma ci consegna un principio che viene prima di qualunque piano: l’uomo non può essere uno scarto, il lavoro non è soltanto produzione, è dignità.

Il Vangelo non è stato proclamato per uscire dalle nostre celebrazioni indignati contro qualcun altro, è stato proclamato per convertire noi, perché la logica del consenso non esiste soltanto nei palazzi, esiste anche nel nostro cuore. Ogni volta che preferiamo una bugia semplice a una verità complessa, che condividiamo una notizia perché conferma quello che già pensavamo senza verificare se sia vera, che abbiamo bisogno di un nemico, che diciamo: prima noi, quelli non meritano, quelli sono tutti uguali, quelli sono il problema; noi siamo già entrati nella logica degli operai della prima ora. Attenzione però, il padrone non dice egoista, non dice vattene, dice: Amico.

Sta mormorando contro di lui e Dio continua a chiamarlo amico, perché Dio non vuole vincere una discussione, vuole convertire il suo cuore. In altri termini in quella parola egoista gli sta chiedendo: perché per stare meglio tu hai bisogno che qualcuno abbia meno? Perché per sentirti sicuro hai bisogno di qualcuno da temere? Perché per sentirti appartenente a qualcosa hai bisogno di qualcuno da odiare? Dio dice «I miei pensieri non sono i vostri pensieri»

Allora ripensiamo a Paolo, alla sua affermazione di fede per me vivere è Cristo e rimanere è più necessario per voi.

Ecco l’uomo veramente libero, quello che non grida più forte, che non ripete lo slogan più efficace, che non appartiene alla tifoseria vincente, che è libero e riesce ancora a pensare.

Ecco l’uomo che cerca la verità anche quando la verità disturba le proprie convinzioni, che sa dire: mi sono sbagliato, che non si domanda che cosa conviene a me? ma che si interroga che cosa accadrà agli ultimi?

Allora in questa settimana portiamoci qualche “semplice domanda”

Chi sta pensando al posto mio?

Quando apro il telefono al mattino: chi sta decidendo che cosa devo vedere?

Chi decide di che cosa e di chi devo avere paura?

Chi decide contro chi devo arrabbiarmi?

Quando qualcuno mi promette qualcosa: sono ancora capace di domandare quanto costa? Chi lo pagherà? Che cosa non potremo fare altrove?

Quando qualcuno mi indica un nemico: sono ancora capace di domandare se davanti a me ci sia invece una persona?

La libertà dei cristiani non è avere tutti la stessa opinione, è avere coscienze libere, coscienze che nessuno può comprare con promesse per la “pancia”.

È la libertà di chi non cede all’inganno di nessuna propaganda, di chi non si lascia convincere che la sofferenza di un uomo possa valere solo perché appartiene ad un’altra parte.

È la libertà di chi non si lascia conquistare da slogan, ma gridando il Vangelo con la propria vita dice «per me vivere è Cristo». E forse è anche questo ascoltare il profeta: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri»

Oggi, alla fine della lettura del Vangelo, un detenuto mi ha detto: A me non piace la parola padrone. Io non sono un cane.

E forse, senza saperlo, mi ha aiutato a capire ancora più a fondo questa Parola.Perché quando noi sentiamo la parola padrone, pensiamo subito a qualcuno che possiede, comanda, decide sugli altri.

È il nostro modo di pensare il potere, ma il “padrone” del Vangelo è completamente diverso: non schiaccia chi sta sotto di lui,  si accorge di chi è rimasto indietro; esce continuamente a cercare chi nessuno ha chiamato, si avvicina agli ultimi e restituisce loro dignità.

Ecco allora la conversione che ci viene chiesta: anche la nostra idea di Dio deve cambiare. Il padrone secondo il mondo possiede gli uomini; Dio, invece, si mette al loro servizio. Il padrone secondo il mondo cerca il proprio interesse; Dio vede il bisogno dell’ultimo.

Forse proprio grazie alla semplicità di quel detenuto che possiamo essere aiutati a comprendere davvero come il nostro modo di sentirci padroni non è il modo di Dio, ed il Vangelo di oggi ce lo mostra con una forza straordinaria: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri».

 

parroco vito