11 Ottobre 2026

Vangelo & Vita. Andate ai pozzi. I crocicchi sono pieni di strade, i pozzi di storie Is 25,6-10a Mt 22,1-14. Nella Scrittura il banchetto è una delle immagini con cui viene raccontata la salvezza di Dio.

Isaia annuncia il giorno in cui il Signore preparerà sul monte un banchetto «per tutti i popoli». È l’orizzonte universale della promessa: Dio toglierà il velo che copre le genti, eliminerà la morte e asciugherà «le lacrime su ogni volto». La salvezza annunciata a Israele si apre così alla convocazione di tutti i popoli.

In Matteo ritroviamo lo stesso orizzonte biblico nell’immagine di un banchetto di nozze. Il Regno è già preparato — «tutto è pronto» — ma coloro che erano stati invitati rifiutano. Il rifiuto, però, non ferma il progetto del re: l’invito si allarga fino ai crocicchi delle strade, dove i servi raccolgono «tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni».

C’è una parola, nel testo greco del Vangelo di Matteo che mi colpisce e che forse ho spesso attraversato troppo velocemente. La parola è πορεύεσθε (poreúesthe) andate, e subito dopo Matteo racconta che i servi, ἐξελθόντες (exelthóntes), usciti, andarono per le strade. Il re dice andate ed i servi escono, forse andate è la parola più importante: prima che «chiamati», «eletti», «degni».

Ad un certo punto abbiamo aperto la porta, abbiamo acceso la luce, abbiamo preparato tutto e la sala del banchetto non si riempie, continuando ad aspettare sulla soglia.

Possiamo stare sulla soglia anche tutta la vita, continuando ad essere una Chiesa che aspetta. Aspettiamo che vengano, che qualcuno ritorni magari per nostalgia, che qualcuno chieda, che chi vive situazioni di fragilità venga a bussare.

Ma il Vangelo oggi cambia il verbo, da aspettiamo ad andate. Ed è proprio qui che l’immagine della soglia incontra l’immagine che accompagna il cammino della nostra Chiesa diocesana: il pozzo.

Gesù non aspetta la Samaritana nella sinagoga, va dove quella donna vive e si siede sulla quotidianità della sua sete, della sua storia.

Il pozzo è il luogo della vita, della sete, dove prima o poi tutti devono andare. Non c’è nessuno che prima o poi non abbia sete.

Tutti hanno sete chi ha fede e chi non crede, chi ha portato avanti il proprio matrimonio e chi lo ha visto fallire, chi sceglie di convivere, chi vive l’amore diversamente da noi, chi viene ogni domenica in chiesa e chi non mette piede da anni. Prima delle nostre definizioni vi è la persona, con la sua anfora semivuota e la sua sete.

A me pare che i crocicchi del Vangelo ed il pozzo di Sicar possano diventare per noi la stessa immagine. Il pozzo che abbiamo realizzato nella nostra piccola chiesa, potrà aiutarci a ricordare, durante quest’anno, che andare ai crocicchi significa andare ai pozzi, andare nei luoghi in cui la vita accade.

Andare ai pozzi per incontrare, non per una strategia pastorale di voler riportare la gente dentro. Gesù davanti alla Samaritana non comincia parlando della donna, comincia chiedendo: «Dammi da bere».

È impressionante. Cristo si presenta bisognoso davanti a quella donna, ha da darle l’acqua viva, ma prima le chiede qualcosa. È un grande insegnamento per la mia vita. Quando incontro qualcuno che pensa diversamente da me, che vive diversamente da me, non devo trovare spontaneo chiedermi cosa posso dirgli, Cristo mi suggerisce invece: che cosa può dire a me questa persona? Può accadere che le sue domande possono aiutare me a capire.

Prendere sul serio quell’andate, capovolge il modo di vivere ed essere fraternità parrocchiale.

La domanda a questo punto si fa concreta: dove incontriamo realmente le persone che non frequentano i nostri ambienti?

Dove sono i pozzi di Brindisi? I pozzi nella nostra città sono là dove i giovani cercano futuro, una coppia che attraversa una ferita, una famiglia che prova a tenersi insieme, dove qualcuno affronta un lutto o una crisi, dove si lavora e dove si cerca lavoro, dove si fa cultura, dove ci si aggrega, nei luoghi digitali.

Ma a questo punto si fa stringente. Dove sono i pozzi nel nostro quartiere Santa Chiara?

Nel parcheggio del supermercato a 300 metri da noi, i ragazzi davanti all’istituto Majorana, gli anziani della RSA San Francesco, i poveri che ogni giorno vengono per il pasto alla mensa Caritas, gli studenti che attendono il bus proprio sul nostro marciapiede, i poveri che vengono a chiedere cibo al nostro Emporio, gli anziani che si fanno compagnia a piazza Sapri e che quando piove non sanno dove andare e cosa fare.

E qui c’è forse la cosa più bella a cui richiama la nostra chiesa locale, ovvero non ci viene chiesto di portare persone al pozzo, il pozzo è già dove sono loro. Il pozzo non dobbiamo costruirlo noi, dobbiamo saper riconoscere dove la gente sta già con la propria anfora.

Forse per troppo tempo ci siamo accontentati di lasciare la porta aperta, pensando che prima o poi qualcuno sarebbe entrato. Oggi il Vangelo ci chiede altro: siamo noi a doverci mettere per strada.

Ognuno di noi conosce qualcuno che magari è lontano: una coppia sposata, un amico ateo, una coppia divorziata e risposata, due persone che convivono, qualcuno che si è sentito giudicato dalla Chiesa, qualcuno che se n’è andato, due persone dello stesso sesso che si amano.

Non si tratta di convocarli per spiegare loro chissà cosa, potremmo semplicemente dire: venite e confrontiamoci, magari a partire da una parola che appartiene a tutti: cosa significa per te amare.

Forse amare significa smettere di aspettare che l’altro raggiunga il posto in cui siamo noi, per provare a raggiungerlo nella sua storia.

Prima vengo io al tuo pozzo, mi siedo accanto a te, ti ascolto e ti domando: «raccontami che cosa chiami amore»; poi provo anch’io a raccontarti che cosa chiamo amore, che cosa ho scoperto dell’amore incontrando Cristo ma, senza usare il Vangelo come una pietra e senza nascondere ciò che credo. Perché forse l’amore comincia proprio così: sono io a dover fare il primo passo.

Siamo tutti coinvolti, soprattutto noi cristiani che entriamo in chiesa ogni domenica. Dobbiamo accettare di sederci a quel pozzo e rispondere alla stessa domanda, senza essere quelli che arrivano con la risposta già pronta, mentre gli altri devono soltanto ascoltarci.

Fanno bene anche a noi le domande del tipo che cosa chiamo amore? Che cosa significa per me amare? Quando mi sono sentito veramente amato? Che cosa mi ferisce nell’amore? Che cosa rende vera una relazione? Che cosa significa fedeltà? Che cosa chiedo alla Chiesa quando parla dell’amore? Che cosa, invece, non riesco ad accettare di quello che la Chiesa dice?

Non dobbiamo avere paura di dire ciò che crediamo, non dobbiamo avere paura neppure di ascoltare. Il dialogo al pozzo tra Gesù e la samaritana entra nella vita della donna, dalle sue relazioni con gli uomini alla sua relazione con Dio.

Al pozzo possiamo scoprire di essere lontani su alcune questioni, ma almeno avremo cominciato a parlarci, guardandoci in faccia.

Andare al pozzo non significa dire che tutto è uguale, è entrare nella vita concreta: è ciò che Dio stesso ha fatto entrando nella nostra storia. Possiamo dire con chiarezza ciò che crediamo senza pretendere per questo di prendere il posto della coscienza dell’altra persona.

«Tutti quelli che troverete, chiamateli», questa frase mi provoca perché noi rischiamo sempre di aggiungere qualcosa per addomesticare: tutti quelli che troverete, purché… Il Vangelo invece dice: tutti quelli che troverete.

E noi non possiamo annunciare il Vangelo senza entrare, con rispetto, nella storia concreta delle persone. Gesù conosce bene la storia della Samaritana e non usa quello che sa per umiliarla, ma diventa la possibilità di rileggere la propria storia e di riprendere il cammino.

Spesso per noi l’altro è la sua situazione di divorziato, convivente, omosessuale, credente, non credente; Isaia invece mi fa pensare anzitutto ad un volto sul quale Dio vede delle lacrime.

Ognuno di noi pensi ad un volto di sua conoscenza, che normalmente non verrebbe a un nostro incontro. Forse, allora, non basta pubblicare una locandina del prossimo incontro in chiesa ed aspettare. Proviamo a cambiare rotta, pensiamo noi ad un volto concreto con un nome e troviamo il coraggio di incontrarlo, di invitarlo a poter parlare insieme di una cosa che riguarda tutti: l’amore; provare a dirgli vorremmo ascoltare quello che pensi tu e raccontarti quello che abbiamo scoperto noi. Chi se la sente lo faccia.

Forse comincia così una Chiesa in uscita, in un modo più semplice di come immaginiamo, pensando ad una persona concreta e trovando il coraggio di incontrarla.

E forse accadrà qualcosa di sorprendente. Andati lì convinti di portare Cristo, accorgerci che Cristo era lì ad attenderci nella sete dell’altro, nelle sue domande che forse ci disturbano.

Partiamo dalla nostra soglia e proviamo ad arrivare a quei pozzi, anche con il “rischio” di tornare diversi., perché una Chiesa che conosce già in anticipo l’esito di ogni incontro non sta incontrando nessuno, sta soltanto cercando conferme.

Il re invece dice: Andate, trovate, invitate. Il resto non è nelle nostre mani.

Forse attribuiamo parecchio peso alla ricerca delle parole giuste, alle iniziative ben organizzate. Il Vangelo ci apre invece a strade percorse su fili senza rete.

A noi spetta arrivare al pozzo e sederci. Possiamo ascoltare, possiamo raccontare perché Cristo è importante per noi, ma non possiamo decidere al posto dell’altro ciò che accadrà dopo.

In fondo il banchetto non è nostro. A noi il Vangelo affida un compito molto più semplice: uscire sulle strade ed invitare, siamo soltanto servi mandati sulle strade.

«Andate ai crocicchi».
Forse per la nostra fraternità i crocicchi di cui parla Matteo sono proprio quelli che abbiano dinanzi agli occhi. I poveri ogni mattina davanti alla chiesa già dalle 7.30 anche se il pranzo inizia 4 ore dopo, i ragazzi che attendono l’inizio dell’orario scolastico davanti al nostro cancello, gli anziani della RSA, la signora che incontro ogni giorno al supermercato, la mia vicina di pianerottolo… tutti i luoghi dove la gente vive, parla, ama, sbaglia.
Proviamo ad andare e poi vedremo dove questi incontri ci porteranno; questo, per fortuna, non dipende soltanto da noi.