18 Ottobre 2026

Vangelo & Vita. Cesare ha il volto del potere, e se Dio avesse quello di chi rifiutiamo? – Is 45,1.4-6 ; Mt 22,15-21

Le letture di questa domenica ci parlano di una cosa che tocca tutti: il potere.

Isaia racconta di Israele che, dopo aver perso la terra, il tempio e la libertà, teme di essere stato abbandonato da Dio. Ma Ciro, re di Persia, conquista Babilonia e permette agli esiliati di tornare in patria. Isaia riconosce in questo evento l’azione di Dio, che si prende cura del suo popolo anche attraverso un sovrano straniero che non lo conosce, ma rispetta la diversità dei popoli «io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca».

Matteo racconta che, al tempo dei romani, pagare le tasse a Cesare significava riconoscere il dominio straniero. La domanda rivolta a Gesù è quindi una trappola per costringerlo a scegliere tra la fedeltà al suo popolo e l’obbedienza a Roma.

Le letture ci consegnano due domande. Come si riconosce Dio che agisce nella storia, anche attraverso persone da cui non ce lo aspettiamo? Fin dove può arrivare il potere degli uomini, davanti a quello che è solo di Dio?

Sono domande antiche, ma in questi giorni diventate molto attuali.

Il Premio Nobel per la Pace è andato a Navi Pillay, una donna sudafricana che ha passato la vita a occuparsi di diritti umani e di giustizia internazionale. Tra le altre cose è stata giudice proprio della Corte penale internazionale, il tribunale che si occupa dei crimini più gravi contro l’umanità. È accaduto che poche ore dopo il Nobel, gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni contro quella stessa Corte e che, nello stesso arco temporale, anche il premio sia stato criticato da qualcuno che in questo periodo ha molto potere nel mondo.

Vederle insieme, queste due notizie, anche se apparentemente non collegate, fa pensare. Cosa succede quando chi ha il potere comincia a vedere la giustizia come un fastidio? Anche i tribunali sbagliano, certo, e le loro decisioni si possono discutere, ma una cosa è discutere una sentenza, altro è volere che il potere non debba rendere conto a nessuno.

Sembra che in questo tempo stia tornando a prevalere sempre più la legge del più forte, è la logica del potere che si impone sul diritto e sulla giustizia. Si parla di sicurezza, di confini, di interessi nazionali, certo, si tratta di problemi veri, complicati, ma non si può pretendere di risolverli a suon di slogan.

In questo polverone mediatico corriamo il rischio di dimenticarci delle persone, e così una città bombardata diventa una notizia, una famiglia che scappa diventa un numero, chi arriva dal mare diventa un problema, ed i volti delle persone diventano notizie.

Vorrei a questo punto fissare una domanda: riusciamo ancora a vedere l’immagine di Dio in chi è diverso da noi?

Torniamo a Ciro che, facendo uscire Israele dall’esilio, smaschera l’idea che Dio stia sempre con quelli come noi, che la pensano come noi, mentre Dio è oltre i confini che possiamo imporre.

Attenzione. Isaia non dice che chi governa ha automaticamente Dio dalla sua parte, dice che anche da un re straniero può nascere libertà. Ciò che conta non è la forza di chi comanda, ma le conseguenze delle sue scelte: generano libertà o paura? Rispettano la dignità delle persone o la sacrificano agli interessi del potere?

Queste domande non vanno però fatte solo a chi ha il potere, bisogna avere il coraggio di farle anche a quelli che sentiamo vicini, perché il bene resta bene anche se lo fa un avversario, e il male resta male anche se lo fa uno dei nostri.

Ci sono situazioni in cui la verità e il bene vengono sacrificati per convenienza. Farisei ed erodiani, pur essendo avversari, si alleano per mettere in difficoltà Gesù, chiedendogli se sia lecito pagare il tributo a Cesare. Qualunque risposta lo comprometterebbe davanti al popolo o a Roma, ma Gesù supera la trappola: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Tante volte abbiamo sentito questa frase come se volesse dire soltanto di tenere separate religione e politica. La risposta di Gesù è molto più profonda,  ci invita a riflettere sulla limitatezza del potere umano, di Cesare che può solo mettere la sua faccia sulle monete, può governare, organizzare, chiedere che si rispettino le leggi, ma non può pretendere quello che è di Dio.

Se sulla moneta c’è l’immagine di Cesare, l’immagine di Dio dov’è?

Se teniamo insieme i primi versetti della Bibbia, dove ci viene detto  ogni persona è fatta a immagine e somiglianza di Dio, e la risposta di Gesù sulla moneta che porta il volto dell’imperatore, comprendiamo che è l’essere umano a portare l’immagine di Dio.

Una moneta la puoi possedere, scambiare, mettere da parte. Una persona no. Nessuno può essere trattato come uno strumento, un ostacolo, un danno collaterale, e non c’è ragione di Stato che possa cancellare la dignità di una persona.

Questo vale prima di tutto per chi ha in mano il potere, chi governa una nazione, chi decide se fare una guerra, chi chiude o apre i confini, chi mette sanzioni contro un tribunale. Anche loro hanno davanti persone, non solo numeri o interessi, e nessuna ragione di Stato può cancellare la dignità di un volto.

Il Vangelo non offre ricette, ricorda che ogni scelta di potere deve confrontarsi con la giustizia e la dignità delle persone. Un cristiano non può consegnare la propria coscienza a nessun Cesare, trasformare un partito in una fede o lasciare che la paura lo renda indifferente alla sofferenza degli altri.

A questo punto sarebbe comodo fermarsi e pensare solo ai potenti, ma il potere non riguarda solo i potenti, riguarda anche noi, in famiglia, al lavoro e nelle nostre fraternità cristiane, diventiamo spesso piccoli Cesari quando imponiamo le nostre idee, giudichiamo senza ascoltare e preferiamo avere ragione anziché capire.

Torna la domanda: riusciamo ancora a vedere l’immagine di Dio in chi è diverso da noi? In chi viene da lontano, in chi ha un’altra religione, in chi vive una situazione familiare che non capiamo, in chi non viene più in parrocchia, in chi vota all’opposto di noi? E anche in chi ci ha fatto del male?

Per noi cristiani questa domanda ha il volto di Gesù. Un Dio che ha assunto una faccia umana incontrando ai pozzi persone emarginate, mangiando con i peccatori, toccando chi veniva considerato impuro, ridando dignità a chi era giudicato per il suo passato. Un Dio che sulla croce  ha assunto la faccia di uno rifiutato, umiliato, condannato.

Non possiamo annunciare Cristo e intanto abituarci a disprezzare qualcuno, come cristiani il male lo dobbiamo chiamare per nome e le ingiustizie denunciarle; come cristiani non possiamo cancellare la persona che abbiamo davanti.

La Parola di oggi ci rimanda al cammino della nostra diocesi: «La soglia siamo noi».
Sulla soglia si incontrano volti che si può decidere di accogliere o mandare via, si può cambiare mentalità per decidere di andare fino al pozzo ad incontrare persone, ad incontrare l’immagine di Dio. Forse è proprio questo che dobbiamo reimparare a fare, interrogandoci ancora  dove sono oggi i pozzi nella nostra città?

Il porto di Brindisi è per noi un altro pozzo, oltre quelli di domenica scorsa, da cui possiamo imparare.

Il porto di Brindisi è una delle cose più belle che abbiamo, il mare che entra nella città, le banchine, le navi, i tramonti, il nostro porto è un posto da ammirare con orgoglio. Il porto però non è solo un bel paesaggio, è da sempre un posto dove si parte e si arriva, dove si incrociano storie che vengono da lontano.

Molti di noi se lo ricordano bene quel 7 marzo del 1991 quando dal mare arrivarono migliaia di albanesi, su navi piene oltre ogni limite. Erano scappati da un paese che stava crollando, avevano fame e sete, non avevano niente ma avevano la speranza di trovare dall’altra parte qualcuno che li accogliesse.

La città fu presa alla sprovvista, le istituzioni non erano pronte, mancava tutto, eppure tanta gente di Brindisi aprì le porte di casa, portò da mangiare, coperte, vestiti. Quella volta il porto fu davvero un pozzo, il posto dove chi aveva sete ha trovato qualcuno disposto a dargli da bere. Molti di quei ragazzi oggi sono uomini e donne che vivono qui, lavorano qui, hanno cresciuto qui i loro figli e quella che poteva sembrare solo un’emergenza è diventata storie di incontri.

Viene da chiedersi che fine ha fatto quella Brindisi? Esiste ancora? C’è ancora nel cuore di chi quei giorni li ha vissuti, di chi ha aperto la porta di casa senza chiedersi chi stava entrando? O col tempo si è spenta, coperta dalla paura, dalla stanchezza, dal “non ce la facciamo più”?

Quella Brindisi forse non è sparita, forse aspetta solo che qualcuno se la ricordi, e che abbia il coraggio di tornare a essere così.

Il nostro porto ci ricorda cosa  significhi un pozzo. Chi arriva da lontano può diventare un incontro oppure una paura, dipende anche da noi. Quella volta Brindisi ha scelto l’incontro, la domanda che torna è se oggi saremmo ancora capaci di farlo. Perché i pozzi non sono per forza posti religiosi, sono i posti dove ci troviamo davanti qualcuno che non abbiamo scelto, magari diverso da noi, ma che ha la nostra stessa sete di essere visto, ascoltato, voluto bene.

Come fraternità forse, non dobbiamo chiederci solo perché la gente non viene più da noi? ma anche: siamo ancora capaci di andare noi dove sono loro e di lasciarci cambiare da quell’incontro?

Una Chiesa che passa la soglia non perde la sua identità, è una Chiesa che non vuole possedere le coscienze ma accompagnarle, che cerca in ogni persona l’immagine di Dio.

Torniamo alla moneta. Gesù nel chiedere di dare a Dio ciò che è di Dio forse vuol dirci di alzare gli occhi dalla moneta per guardare una persona che non ci somiglia, che magari ci dà fastidio, che ci mette in crisi o che ci costringe a uscire dalle nostre sicurezze.

A Cesare diamo quello che riguarda la vita civile, ma non possiamo dare la nostra coscienza, lasciando che siano la paura o l’interesse a decidere per noi.

A Cesare la moneta, a Dio chi porta la sua immagine, e se ogni persona porta l’immagine di Dio, non possiamo smettere di vedere un essere umano dove qualcuno vorrebbe farci vedere solo un nemico, uno straniero, un problema.

La domanda torna: riusciamo ancora a vedere l’immagine di Dio in chi è diverso da noi?

Magari questa settimana possiamo provare a rispondere non con un bel discorso, ma con un incontro, possiamo provare a fermarci davanti a qualcuno per ascoltare una storia che non conosciamo, possiamo provare ad avere il coraggio di andare ad un pozzo… e perché no, possiamo lasciare che sia Cristo, il Maestro, ancora una volta ad insegnarci come guardare.