Le tre letture di questa domenica mi sembrano offrire una chiave importante per leggere quello che sta accadendo nella nostra società.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù unisce strettamente l’amore per Dio e quello per il prossimo: non possiamo vivere un’autentica relazione con Dio senza prenderci cura delle persone.
La prima lettura, dal libro dell’Esodo, ci mostra quanto questo amore sia concreto: Dio chiede di non opprimere il forestiero, la vedova, l’orfano e il povero, le persone più indifese; assicura che ascolterà il loro grido.
Nella seconda lettura, Paolo ricorda ai Tessalonicesi che, dopo aver accolto il Vangelo attraverso la sua testimonianza, sono diventati a loro volta un esempio per gli altri. La fede si trasmette anche così: attraverso persone che la rendono credibile con la propria vita.
Queste letture ci ricordano che la fede si riconosce nel modo in cui viviamo le relazioni, soprattutto con chi è più fragile, e nella testimonianza che siamo capaci di offrire agli altri.
Vorrei partire da qui per tornare su una questione che in questi giorni ci sta interrogando: la violenza giovanile.
Abbiamo assistito a episodi preoccupanti: aggressioni tra ragazzi, negozi vandalizzati, atteggiamenti di prepotenza, qualche volta perfino esibiti sui social. Sono fatti gravi che non possiamo minimizzare, siamo dinanzi a persone aggredite, umiliate, ferite. Ci sono vittime da proteggere e responsabilità da riconoscere.
Ma, fermarsi alla condanna, per quanto necessaria, non basta a comprendere quello che sta accadendo.
In questi giorni ho condiviso, con il gruppo della nostra fraternità Vangelo & Vita, una riflessione che vorrei richiamare. La violenza giovanile non può essere “liquidata” semplicisticamente come delinquenza allo stato puro, è una realtà più complessa, che chiama in causa anche noi come adulti e come Chiesa.
Un articolo pubblicato su SettimanaNews, dal titolo Giovani: violenza o vulnerabilità in crescita?, invita a considerare anche le fragilità, le difficoltà relazionali, l’incapacità sia di gestire i conflitti che di saper comprendere le conseguenze delle proprie azioni ed il valore di conoscere nel volto dell’altro.
Comprendere queste condizioni non significa giustificare la violenza, significa cercare di intervenire prima che esploda.
Vorrei a questo punto che ci domandassimo: quale esperienza delle relazioni stanno facendo oggi i ragazzi? Quali modelli di comportamento incontrano? Quale idea di successo, di forza, di affermazione personale stiamo trasmettendo loro?
Viviamo in una società nella quale spesso viene premiato chi riesce a imporsi, chi prevale, chi ottiene visibilità. Anche nel confronto pubblico assistiamo continuamente a scontri verbali, tentativi di screditare e umiliare l’altro.
Domandiamoci, quale educazione alle relazioni stiamo offrendo? E poi ci stupiamo si riproducono tra i più giovani.
C’è qualcosa che trovo particolarmente grave nel modo in cui talvolta si affronta questa questione: la disinvoltura con cui si pretende di spiegare il comportamento di tanti ragazzi riducendolo alla voglia di possedere, di apparire, di avere oggetti costosi. Come se bastasse attribuire loro desideri superficiali per aver compreso tutto, per aver compreso le motivazioni profonde di ciò che talvolta appare.
È troppo comodo giudicare i giovani dall’alto, senza interrogarsi sul mondo che abbiamo costruito intorno a loro.
Ed è ancora più grave quando chi ha responsabilità educative o pubbliche si mostra inflessibile nel giudicare i ragazzi, ma assai meno disposto a riconoscere le responsabilità degli adulti, le contraddizioni dei comportamenti e la diversa attenzione che certe situazioni ricevono a seconda delle persone coinvolte.
E chissà quanti, tra coloro che oggi invocano il pugno duro, ricordano ancora le piazze infuocate degli anni Settanta, gli scontri, le aggressioni e quella violenza che arrivò anche a spezzare vite umane? Prima di pronunciare sentenze sulle nuove generazioni, forse sarebbe salutare fare memoria anche della nostra storia, personale e collettiva.
La severità è credibile quando è accompagnata dalla coerenza; diversamente rischia di diventare soltanto un modo per mostrarsi forti davanti agli altri.
Noi cristiani dovremmo essere particolarmente attenti e vigilanti a questo rischio. Il Vangelo ci chiede di amare il prossimo come noi stessi, e questo significa riconoscere nell’altro una persona, la cui dignità non dipende dalla forza o dal successo, dalla popolarità o dalla capacità di farsi rispettare.
Come si impara a riconoscere il valore dell’altro? Il rispetto si impara anche quando ci si sente rispettati, ascoltati e riconosciuti; quando si incontrano adulti capaci di accompagnare, correggere senza umiliare e porre limiti con senso.
L’articolo di SettimanaNews suggerisce una prospettiva interessante: coinvolgere i giovani in esperienze di cooperazione, nelle quali imparino a costruire qualcosa insieme, a condividere responsabilità, ad affrontare problemi comuni.
È una strada che dovremmo prendere sul serio anche nella nostra fraternità. Quanto spazio diamo alla collaborazione? Quanto siamo disposti a stare nel nostro LabOratorio offrendo ai ragazzi una presenza adulta? Quanto siamo disposti ad affidare loro qualcosa di importante, dando fiducia alle loro capacità?
Vorrei collegare tutto questo alle attenzioni pastorali che il nostro vescovo Giovanni ha consegnato alla diocesi. Il documento, parlando della soglia giovani, riconosce la difficoltà delle nostre comunità a incontrare i ragazzi e ci invita ad ascoltarli, renderli protagonisti e coinvolgerli in esperienze di carità, volontariato e impegno civile. Soprattutto ci chiede di ascoltare «i rumori che i giovani portano dentro».
Questa espressione mi ha colpito.
Noi sentiamo spesso il rumore che i giovani fanno fuori, le loro provocazioni, le loro proteste, i comportamenti che ci infastidiscono.
Ma conosciamo i rumori che portano dentro? Le loro paure, le loro domande, il bisogno di essere riconosciuti, la fatica di immaginare il futuro? Siamo disposti a lasciarci interrogare da loro?
Qualche volta abbiamo l’impressione che il problema siano i giovani che non vengono più in parrocchia, quando forse ci dovremmo chiedere se le nostre comunità siano luoghi nei quali un giovane può sentirsi accolto, ascoltato, coinvolto.
Perché il comandamento dell’amore che Gesù ci affida oggi riguarda anche questo: il tempo che siamo disposti a dedicare alle persone e la responsabilità che accettiamo di condividere con loro: gettare il cuore oltre l’ostacolo per EsserCI.
E qui torna la seconda lettura, Paolo ricorda ai Tessalonicesi che sono diventati un esempio per gli altri perché, prima ancora, avevano incontrato qualcuno che aveva testimoniato loro il Vangelo con la propria vita. La testimonianza degli adulti è decisiva, e per noi cristiani diventa gridare il Vangelo con la vita. Don Tonino Bello ci ricorda che se la fede ci fa essere credenti, e la speranza ci fa essere credibili, è solo la carità che ci fa essere creduti.
I “nostri” ragazzi hanno bisogno di adulti in cui credere, hanno bisogno di una fraternità educante, capace di accompagnarli, di dire anche dei no, di offrire ragioni, testimonianza, fiducia. Questo vale per noi sacerdoti, per i catechisti, per gli educatori e per tutta la fraternità.
Riguarda anche il modo in cui affrontiamo pubblicamente il problema della violenza. Quando accadono episodi gravi, si invocano subito nuovi decreti, pene più severe, misure sempre più dure. Le istituzioni hanno certamente il dovere il dovere di proteggere le persone e intervenire contro i reati, ma pensare che l’inasprimento delle pene possa risolvere da solo un problema così profondo è un’illusione.
È facile chiedere il pugno duro, fa rumore, raccoglie consensi, dà l’impressione che stia facendo qualcosa; molto più difficile è investire nell’educazione, sostenere le famiglie, creare luoghi di incontro, accompagnare le fragilità, offrire opportunità di crescita.
Preoccupa una società nella quale si trovano parole durissime per condannare i ragazzi, mentre si fa fatica a trovare la stessa determinazione per assumersi le responsabilità educative.
Non possiamo pretendere dai giovani il rispetto delle regole se, come adulti, non siamo disposti a testimoniare la coerenza, il rispetto e la responsabilità che chiediamo loro. E questo oggi ce lo ricorda proprio Paolo, nella lettera ai Tessalonicesi.
Gesù ci indica chiaramente la strada quando ci consegna il comandamento dell’amore: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». E amare, come ci ha insegnato Lui, significa prendersi cura degli altri, farsi vicini, ascoltare, dedicare tempo, esserCI soprattutto quando qualcuno ha bisogno di noi. Anche san Paolo ci ricorda che senza la carità tutto ciò che facciamo perde il suo valore, perché l’amore non si misura tanto da quello che diciamo o organizziamo, ma da quanto siamo disposti a donarci agli altri; questo vale soprattutto per noi adulti, chiamati non soltanto a insegnare qualcosa ai ragazzi, ma a farli sentire accolti, accompagnati e amati.
Qualche volta siamo molto preoccupati di trasmettere contenuti, di organizzare percorsi, di mantenere le nostre attività. Ma forse dovremmo domandarci quanto tempo dedichiamo alle relazioni. Quanto siamo disponibili a stare con i ragazzi anche quando non abbiamo qualcosa da insegnare loro?
La Chiesa oggi deve avere il coraggio di denunciare scorciatoie che riducono tutto al principio del “bastone-carota”, ma senza pensare di possedere da sola tutte le risposte. Educare costa fatica, richiede tempo, risorse e adulti disposti a mettersi in discussione, ed è proprio questa responsabilità che non possiamo continuare a rimandare.
Vorrei concludere tornando alla prima lettura.
Dio ascolta il grido del povero, dell’orfano, della vedova, del forestiero. È un Dio che si lascia raggiungere dalle sofferenze delle persone, ed in Gesù questo amore prende un volto concreto, incontrando persone, ascoltando le loro storie, chiamandole alla conversione. Gesù non nasconde il male, ma continua a credere che una vita possa cambiare, sulla croce subisce egli stesso la violenza degli uomini, senza rispondere con la violenza.
Noi cristiani annunciamo questo Signore, e perciò vorrei lasciare a me e a voi una domanda: siamo disposti, come adulti e come comunità cristiana, a investire tempo, energie e fiducia nei giovani, anche quando questo non produce risultati immediati e non ci dà visibilità?
Nella nostra fraternità parrocchiale alcuni adulti si sono già messi in gioco, offrendo il proprio tempo per far giocare i ragazzi (Laboratorio Felicizia), altri li accompagnano nel cammino di fede, altri ancora li hanno coinvolti nella musica e nel canto (Li Piruddi ti la tramuntana). Sono esperienze preziose, da riconoscere e sostenere.
Ma abbiamo bisogno che altri si facciano avanti.
Mi piacerebbe che altri si mettessero al fianco di queste persone oppure che nascessero nuove possibilità di servizio e di cooperazione, magari accanto ai poveri o agli anziani del nostro quartiere, oppure percorsi di crescita pensati insieme ai ragazzi.
E chissà quante idee ci sono nella nostra comunità, che qualcuno porta dentro e che ancora non ha trovato il coraggio o l’occasione di proporre.
Vorrei che cominciassimo a parlarne e magari a realizzarne qualcuna insieme. Non abbiamo bisogno di fare rumore, abbiamo bisogno di adulti che sappiano esserCI.
Questo può essere il nostro modo concreto di vivere il comandamento dell’amore del prossimo e di rispondere al disagio che attraversa tanti giovani, senza illuderci che bastino decreti e pene più severe a sanare un malessere che ha radici ben più profonde.
Rimbocchiamoci le maniche, come cristiani non possiamo tirarci fuori.
È anche così che il Vangelo può diventare carne nella storia della nostra fraternità parrocchiale.
vito, parroco.
