Ger. 20,7-9 · Mt 16,21-27 – XXII Domenica TO – A
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua», parole che conosciamo bene, forse troppo, al punto da non lasciarci più provocare. Gesù non parla di sofferenze astratte o inevitabili, ma di una scelta precisa: non vivere solo per sé stessi, sentirsi responsabili degli altri, non restare spettatori della realtà.
Per capirla davvero, dobbiamo avere il coraggio di guardare alla nostra città, alla nostra terra, anche a ciò che è accaduto in questi giorni. Il Vangelo non resta lontano dalla vita: entra nelle nostre strade, case, famiglie, scuole, luoghi di lavoro, negli spazi dei nostri giovani.
Domandiamoci allora: che cosa ci sta dicendo il Signore, qui e ora, attraverso ciò che accade intorno a noi?
«Dov’è tuo fratello?» è la domanda che attraversa tutta la Bibbia. Dio la rivolge a Caino, e Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». È come dire: «Non mi riguarda, ognuno pensi a sé stesso». Salvo che, Caino sapeva benissimo cosa fosse accaduto a suo fratello.
Il Vangelo risponde esattamente il contrario: sei tu il custode di tuo fratello. Non significa sentirsi responsabili di tutto il male del mondo, ma non poter vivere pensando che il bene e il male degli altri non ci riguardino. Questa domanda ci raggiunge nelle cronache della nostra città. Lasciamoci scandalizzare da alcuni fatti accaduti in questo mese, non per farne un bollettino di cronaca, ma per interrogarci: cosa posso fare io per gli altri?
Il diritto di vivere senza paura è ciò che avranno pensato nell’ufficio postale di viale Commenda durante la rapina a mano armata dell’altro giorno. Dietro una rapina non c’è solo un reato: c’è una comunità che sperimenta paura, persone minacciate mentre lavorano, anziani che temono di entrare in un ufficio postale, cittadini che si domandano se la propria città sia ancora sicura.
Il Vangelo ci chiede: cosa significa costruire una città dove si possa vivere senza paura? La sicurezza non è solo questione di forze dell’ordine, ma anche educativa e culturale: una società è più sicura quando insegna il valore della vita, del rispetto, della legalità, della dignità dell’altro.
Il rispetto della persona è venuto meno pochi giorni fa, nel centro città, dove prima una donna di circa cinquant’anni e poi una di ventidue sono state aggredite e molestate sessualmente. Potremmo dire solo «è terribile» — e lo è — ma il Vangelo ci chiede di più: che cultura stiamo costruendo? Quando una persona viene aggredita e toccata contro la propria volontà, è una persona, non un corpo a disposizione degli altri.
Non basta dire ai giovani cosa non devono fare: dobbiamo insegnare loro cosa significa amare, il rispetto e il consenso, a riconoscere nell’altro una persona e non un oggetto. Dobbiamo educare i sentimenti, le relazioni, il modo di stare insieme. Ed emerge qui una responsabilità enorme della famiglia, della scuola, della Chiesa, di tutti gli adulti.
La violenza gratuita è quanto hanno cercato di impedire quei passanti che pochi giorni fa hanno bloccato un uomo che lanciava pietre contro le auto tra Materdomini e Casale. Un gesto che può sembrare assurdo, ma proprio per questo deve far riflettere: dietro può nascondersi una vita ferita, una rabbia non gestita, una fragilità, una dipendenza, un disagio.
Per questo la società ha bisogno non solo di punire il male, ma di prevenirlo: educare, ascoltare, intercettare il disagio prima che diventi violenza, essere comunità capaci di non lasciare sole le persone.
Il bene comune non è di nessuno, è di tutti. Forse lo abbiamo pensato in molti dopo il secondo incendio che ha danneggiato l’ingresso di una palestra nel nostro quartiere. Quando qualcuno danneggia una palestra, una scuola, una piazza, una struttura della comunità, non danneggia qualcosa che «non appartiene a nessuno»: danneggia ciò che appartiene a tutti. Abbiamo dimenticato il significato di bene comune e il dovere di custodire.
Custodire è parola profondamente biblica: Dio affida all’uomo il mondo perché lo custodisca. Essere cristiani significa imparare a custodire — le persone, i luoghi, la città, tutto ciò che ci è affidato.
La cultura dello sballo ha avuto un piccolo intoppo nel porto di Brindisi, dove sono stati arrestati due turisti tedeschi provenienti dalla Grecia con diverse sostanze stupefacenti: ketamina, amfetamina, LSD, ecstasy e altre droghe.
Potremmo dire «è un problema delle forze dell’ordine», ma dietro la droga c’è una domanda più profonda. Perché una persona sente il bisogno di stordirsi per divertirsi? Perché abbiamo costruito una cultura in cui, per stare bene, bisogna perdere il controllo? Perché il divertimento viene confuso con lo sballo? Ma la vera domanda è: cosa stiamo offrendo ai nostri giovani in alternativa?
Una comunità che non lascia soli i giovani, ha anche il dovere del controllo. Nelle zone della movida della nostra città, nei giorni scorsi, ci sono stati tre arresti e quattro denunce. Un giovane ha bisogno di limiti ma anche di opportunità, di regole ma anche di fiducia, di adulti capaci di dire «no», ma soprattutto di adulti capaci di dire «io ci sono».
Forse questa è una delle croci che Gesù ci chiede di portare oggi: essere loro accanto. Non per convertirli al nostro pensiero, ma per ascoltarli. Educare è faticoso — richiede tempo, pazienza, coerenza; richiede di ascoltare quando sarebbe più semplice giudicare, di accompagnare quando sarebbe più comodo abbandonare.
La responsabilità nasce dalla capacità di rispondere alla domanda: «Dov’è tuo fratello?». Non possiamo dire: «Non lo so, sono forse io il custode di mio fratello?». La risposta cristiana è sì: io sono custode di mio fratello.
Non posso risolvere tutti i problemi del mondo, ma posso IO fare qualcosa. Non posso cambiare tutta Brindisi, ma posso IO cambiare il modo in cui la vivo. Non posso impedire ogni violenza, ma posso IO non essere violento. Non posso eliminare la solitudine, ma posso IO non lasciare solo chi mi sta vicino. Non posso educare tutti i giovani, ma posso IO educare bene quelli che Dio mi ha affidato. Questa è la responsabilità cristiana: non ci schiaccia, ma ci rende protagonisti del bene.
La croce non è cercare il dolore: è scegliere l’amore, Ci apre alla frase di Gesù: «Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» . Il mondo dice «conservati», Gesù dice «donati»; il mondo dice «pensa a te stesso», Gesù dice «ama»; il mondo dice «non immischiarti», Gesù dice «prendi la tua croce».
La croce non significa cercare la sofferenza. Significa che quando amare richiede un sacrificio, quando dire la verità costa consenso, quando educare è faticoso, quando servire è scomodo, non scappiamo.
Quando il mondo ci chiede di essere spettatori, noi scegliamo di essere discepoli
«Seguimi» è l’ultima parola dopo «prendi la croce». Una parola di speranza, perché una croce senza Cristo diventa solo peso. Non è la sofferenza a salvare, né il sacrificio: è l’amore. Gesù non ci chiede di portare la croce per essere tristi, ma di portarla dietro di Lui, che ha già percorso quella strada.
Nel Vangelo di oggi, Pietro cerca di allontanare Gesù dalla croce e si sente rispondere: «Va’ dietro a me, Satana!». Anche il discepolo più vicino fa fatica a capire; anche noi facciamo fatica.
Ma Gesù sa cosa significa essere rifiutato, tradito, non ascoltato; sa cosa significa amare fino alla fine. E sa che la croce non è l’ultima parola: l’ultima parola è la risurrezione. Per questo il cristiano non dice «non c’è più niente da fare», ma continua a credere che il bene è possibile: continua a costruire, educare, perdonare, servire, amare.
Terminiamo con una sola domanda: qual è la croce che il Signore mi chiede di prendere questa settimana? Forse una persona da perdonare, un figlio da ascoltare, una verità da dire, un’abitudine da cambiare; forse un povero da aiutare, un giovane da accompagnare, una persona sola da visitare; forse semplicemente il dovere quotidiano da vivere con più onestà.
E quando torneremo per le strade di Brindisi, guardiamo la nostra città con occhi diversi: non solo per vedere ciò che non funziona o indicare il colpevole, ma per domandarci: «Signore, che cosa posso fare io?».
La storia non cambia solo quando cambiano i grandi: cambia quando cambiano i cuori. E il Vangelo di oggi ci dice che il primo cuore a cambiare deve essere il nostro. Impariamo a guardare alla nostra città insieme agli altri, con la mano sulla spalla di chi ci sta accanto. «Se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua»
parroco vito
