Riflessione Rm 8,28-30 Mt 1,1-16.18-23
La liturgia di oggi ci fa fare una cosa che, a prima vista, sembra la più noiosa che ci sia: metterci davanti un elenco di nomi, la genealogia di Gesù.
Un nome dietro l’altro, generazione dopo generazione. Eppure la Chiesa non ha avuto paura di proclamarla, e non per riempire un vuoto, ma perché in quell’elenco c’è già tutto il Vangelo. Perché quei nomi non sono i nomi di una famiglia perfetta.
C’è Davide, il re secondo il cuore di Dio, ma la genealogia non lo nasconde: Salomone nasce “da quella che era stata la moglie di Uria”. Bastano poche parole per ricordarci un peccato pesante, un adulterio e un uomo mandato a morire.
C’è Giuda, con la vicenda oscura di Tamar in una storia di ipocrisia e di maschilismo.
Ci sono Racab e Rut, che secondo la mentalità dell’epoca non avrebbero dovuto neppure comparire, perché donne straniere.
Ci sono re fedeli e re idolatri, santi e disgraziati, gente di cui non sappiamo nulla e gente di cui sappiamo troppo.
In tutto questo ecco la buona notizia (euanghélion, il vangelo): Dio non si incarna in una storia ripulita, prende carne dentro questa umanità, quella vera, fatta di fedeltà e di tradimenti, di grandezza e di miseria. Gesù, non scende in un mondo di angeli senza macchia: entra nella nostra genealogia, quella che ci somiglia, quella dove anche noi metteremmo volentieri qualche nome tra parentesi.
Dio non cancella nessuno, il peccato non ferma la storia della salvezza: la attraversa.
Se qualcuno di noi porta dentro un nome che vorrebbe togliere dalla propria storia — un errore, una caduta, una ferita — sappia che Dio non ha paura di quel nome, si fa carne per assumerlo nella sua vita.
È proprio dentro la storia dell’umanità che arriva la chiamata. Nelle storie delle nostre città, nelle piccole storie delle nostre comunità cristiane, dove si intrecciano ogni giorno vicende di fedeltà e di peccato; è proprio qui, in mezzo a noi, che Dio chiama.
Paolo nella lettera ai romani in quel tutto (concorre al bene) ci pone davanti a qualcosa di sconvolgente: tutti partecipiamo al sogno di Dio.
Tutti siamo stati chiamati, lo ha ricordato con parole altissime il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes in cui leggiamo che il Figlio di Dio “con l’incarnazione si è unito in certo modo a ogni uomo“(cfr. n.22). A ogni uomo, dice il Concilio, non a qualcuno, non ai migliori, ma a ciascuno. E per questo — continua il testo — dobbiamo credere che lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di essere associati al mistero pasquale.
Davanti a quel tutto, come cristiani non possiamo tacere.
Oggi si sentono parole che gelano il sangue, e che di questo passo potrebbero addirittura portare a dire che le barche degli immigrati andrebbero prese a mitragliate. Fermiamoci un momento su questa immagine plastica, perché è la bestemmia del nostro tempo: fare di un volto un bersaglio, fare di una vita un problema da eliminare. Il Vangelo ci grida esattamente il contrario, perché anche quell’uomo aggrappato a un barcone porta scritto in sé un nome, anche quella madre che stringe il figlio in mezzo al mare ha un nome, e quel nome è stato pronunciato da Dio. Ecco la nostra fede: nessuna vita è fuori dalla chiamata di Dio.
Chi pensa che essere cristiani sia un privilegio per pochi eletti deve fare i conti con il Vangelo di questa festa liturgica che ci mostra, nella genealogia, tra gli avi di Gesù, un omicida, stranieri non ammessi, prevaricatori. Il Vangelo ci rivela così che c’è una trama nascosta in ogni vita, ciascun uomo, ciascuna donna ha il proprio nome pronunciato sulle labbra di Dio.
Maria, di cui oggi celebriamo la nascita, è colei che a quella chiamata risponde con il più bello dei “sì“: “Eccomi.” Ma attenzione — il suo non è un “sì” cieco, spento, rassegnato, Maria ha anche il coraggio di chiedere: “Come avverrà questo?” Non è dubbio, è fede adulta di chi si fida a tal punto da poter domandare. È il segno di chi si consegna con tutta la propria intelligenza, con tutta la propria libertà, Dio non cerca esecutori muti ma figli che dicano sì con gli occhi aperti.
E poi, accanto a lei, c’è Giuseppe. Oggi, nel giorno in cui festeggiamo Maria bambina, non possiamo tacere su di lui, l’uomo che pur avendo taciuto, è stato decisivo. L’angelo gli parla in sogno, e lui — semplicemente — fa. Prende con sé Maria, la custodisce, obbedisce, agisce, e tutto nel silenzio.
Giuseppe è l’uomo del silenzio operoso, non fa proclami, non alza la voce, non rivendica nulla, non si mette al centro ma fa la volontà del Signore e basta. E proprio in questo suo silenzio pieno di fatti — non di parole — che contempliamo come passi la salvezza del mondo.
Ecco, quanto siamo lontani da certo modo di stare al mondo di oggi. C’è chi grida, chi accusa, chi vanta a gran voce cose che non ha fatto, chi giudica dall’esterno delle mura delle chiese ciò che non conosce, e crede che alzare la voce sia già agire.
Gridare non è costruire e puntare il dito, non è servire.
Guardiamo invece come lavora Dio nella creazione: una foresta non fa rumore, cresce nel silenzio. Ogni giorno, senza annunci, senza comunicati mediatici, milioni di foglie respirano, radici scendono in profondità, la vita avanza — e nessuno la sente, eppure regge il mondo.
Così è la fatica vera, così è la Chiesa autentica: non quella che si mette in vetrina, ma quella che ogni giorno, in silenzio e col sudore di chi ha scelto di non restare sul balcone a guardare o a strillare per le strade, tiene aperte le porte, asciuga lacrime, sfama, accompagna, prega. Una comunità viva non si misura dal rumore che fa, ma dal bene che semina senza dirlo. La luce come l’amore non fa rumore.
Chi giudica da fuori la Chiesa può vedere solo fabbricati. Chi vive dentro sa che la vera ossatura portante è fatta di volti, di mani, di ore donate, di gente che non chiede riconoscimenti. È la logica di Giuseppe contro la logica del proclamo, è il seme contro il megafono, è il Vangelo che da sempre sta dalla parte del seme.
Nella festa di Maria bambina, chiediamo tre cose semplici.
La prima: che Dio ci convinca che nessuna delle nostre storie è troppo storta perché Lui vi entri.
La seconda: il coraggio di Maria, di dire “eccomi” con tutto il cuore, senza smettere di essere liberi e intelligenti di chiedere “come?“.
La terza: lo stile di Giuseppe, quello del coraggio del silenzio operoso del fare il bene senza urlarlo, di servire senza mettersi in mostra, di lasciare ancora che siano i fatti — e non le parole — a parlare per noi.
Maria bambina, che oggi nasce piccola e nascosta come un seme, ci insegni questa grandezza: quella che non fa rumore, ma porta frutto, perché l’amore come la luce non fa rumore.
parroco vito
