Ez 18,25-28 – Fil 2,1-11 – Mt 21,28-32
Ezechiele ci porta nel dramma di Israele, che accusa Dio: «Non è retta la via del Signore». Ma Dio rovescia i nostri registri: il malvagio che cambia strada vivrà, il giusto che abbandona la giustizia morirà. Nessuno è inchiodato al proprio passato: conta la direzione in cui scegli di camminare.
Matteo traduce tutto questo in una parabola: un figlio dice no, ma poi va nella vigna; l’altro dice sì, ma resta fermo. Per questo pubblicani e prostitute possono passare avanti: davanti a Dio, un “no” che si converte vale più di mille “sì” rimasti sulle labbra.
Paolo ci mostra la direzione di quel gesto: Cristo «svuotò se stesso» e prese la condizione di servo. Dio non si aggrappa al posto più alto: scende verso l’ultimo. Charles de Foucauld diceva di cercare il penultimo posto, perché l’ultimo lo aveva già preso Gesù.
È dentro questa logica che risuonano le parole scelte dal Papa per la 112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato: «Anche uno solo di questi bambini». Perché il Vangelo è fatto di «si» a parole e nei fatti, e scrive il Papa nel suo messaggio: non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo.
«Anche uno solo», teniamo stretta questa parola e confrontiamola con un’altra che si è alzata in questi giorni: «percentuale».
Si è deciso che dal prossimo anno scolastico ci saranno dei limiti percentuali per alcune categorie di alunni stranieri. Non vogliamo entrare nelle diatribe di partito, non ci interessano; vogliamo solo guardare con occhio e cuore cristiano, con il Vangelo aperto davanti e le parole del nostro Papa: «anche uno solo».
«Anche uno solo», «percentuale» sono due grammatiche diverse dell’essere umano. La prima “conta” i volti a uno a uno, e ciascuno è un mondo. L’altra, per comporre le classi, ripartisce le presenze in percentuali. E qui nasce la domanda: quando un bambino, semplicemente esistendo, fa superare una soglia, siamo ancora capaci di vedere prima di tutto lui — il suo volto, la sua storia — o rischiamo di vedere anzitutto un numero?
La scuola incontra ogni giorno differenze enormi: bambini bravissimi in matematica e bambini che hanno bisogno di più tempo, chi legge con facilità e chi va accompagnato. Eppure a nessuno viene in mente di fissare una percentuale massima di bambini in difficoltà sulle altre materie, oltre la quale distribuirli in altre scuole perché la classe possa correre di più. Lasciamoci interrogare dalle parole del papa «Anche uno solo»: prima di spostare un bambino, abbiamo fatto tutto il possibile perché resti, impari e cammini insieme agli altri? Quel bambino è un numero in una percentuale o una persona?
La posta in gioco è più profonda di una circolare scolastica, o di un decreto legge in urgenza. Paolo ci consegna il criterio: «ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso», e lo radica in Cristo, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo». Il movimento del cristiano è verso il basso, verso l’ultimo.
C’è invece chi delle contabilità ne ha fatto bandiera: gridando dalle piazze «prima i nostri», anteponendo la difesa dei confini alla tutela delle persone, trasformando in uno stesso colore le camicie per farne manifesto, marciando al passo romano per simboleggiare potenza e sottomissione dell’individuo. È l’antica tentazione di spartire l’umanità in forti e deboli, in superiori e inferiori — il mito dell’uomo forte che non ha bisogno di nessuno e schiaccia il debole come un peso da eliminare.
Sono suggestioni di un triste recente passato, di “certe” filosofie che esaltavano la forza come unico valore (vitalismo), a cui oggi forse si tenta soltanto di dare un nome nuovo.
È il “pensiero” che, assorbito nei contesti dell’inizio del secolo scorso, ha illuso nel far guardare ad un “uomo nuovo”, che ha portato ad interpretare la vita sino a svuotarla di senso lasciando intorno il nulla, ed in quel nulla, prima o poi, si arriva a fare a meno di Dio (nichilismo), perché solo così si può giungere a giustificarsi e far “volare” resti umani da camini.
Ma per il cristiano l’uomo nuovo ha un altro volto: è Cristo, svuotato e servo. È il rovescio di ogni pensiero che pretende di innalzare alcuni sopra gli altri: Cristo si svuota per scendere accanto all’ultimo; quel pensiero, invece, si gonfia per decidere chi sta sopra e chi può essere lasciato sotto.
E qui la storia ci obbliga ad andare fino in fondo: quando rinneghi Dio nell’altro, l’altro smette di essere un volto e diventa un numero, una percentuale, un peso da distribuire. E quando l’uomo diventa un numero, il passo successivo è considerarlo uno scarto. È da qui che possono cominciare le derive più buie dell’uomo.
E allora non possiamo cantare la domenica «svuotò se stesso» e poi, dal lunedì al sabato, dimenticare che dietro ogni limite, ogni criterio, ogni percentuale continua ad esserci un volto. Altrimenti rischiamo di diventare il figlio della parabola: «Sì, Signore» sulle labbra, la vigna vuota e il cuore fermo.
Per questo difendere quel bambino, riconoscerlo «anche se è uno solo», come ci ricorda il papa, non è buonismo: è confessare che in quel volto c’è Dio.
Con una punta di ironia che ci permette di entrare meglio nella questione, immaginiamo una soglia percentuale anche per gli agricoltori che assumono braccianti stranieri o per le nostre famiglie che affidano un anziano a un’assistente straniera. Non lo facciamo? E allora domandiamoci perché. Ci va benissimo lo straniero che raccoglie il pomodoro sotto il sole e nella fatica; quando invece suo figlio entra in una classe, iniziamo a discutere anche di percentuali e distribuzione, e ci ricordiamo solo allora che deve imparare a parlare italiano. Anzi lo si costringe.
La dottrina sociale della Chiesa, non lascia margini di comodo: la persona viene prima del profitto, il lavoratore prima del lavoro, il bambino prima del bilancio. La dignità della persona non conosce soglie né percentuali, allora la domanda evangelica diventa inevitabile: riusciamo ancora a ricordarci che ogni uomo è immagine di Dio? «Anche uno solo», il papa ci ricorda che Il Vangelo non ci chiede di fare calcoli. Ci chiede di riconoscere, in quell’unico volto, il Signore che si è fatto ultimo per ciascuno di noi.
Il Vangelo non è nuvola di teorie, ci raggiunge nella storia del nostro oggi. Guardiamo alcuni fatti recenti, non dei numeri, ma dei volti. All’inizio di settembre un barcone è rimasto alla deriva per ventisette giorni al largo delle Canarie. Circa ottanta persone sono morte, e tra loro tre donne e una neonata, una bambina che non ha fatto in tempo ad imparare una sola parola. «Anche uno solo di questi bambini», ci dice il Papa. Rispondiamo sinceramente, l’affermazione del papa riguarda anche quella bambina?
Torniamo alla domanda di Gesù: chi dei due figli ha fatto la volontà del Padre? Il nostro «sì» cristiano non si misura sull’appartenenza — italiano o straniero, regolare o irregolare, conteggiato o meno ai fini di un limite — si misura sulla capacità di riconoscere e accogliere un volto. E forse proprio qui possiamo aggiungere una terza parola: uguaglianza.
Uguaglianza non significa negare le differenze. Se un bambino non conosce l’italiano, quella difficoltà esiste e va affrontata. Se la sua presenza richiede più insegnanti, più risorse, più ore, più preparazione, bisogna avere il coraggio di dirlo. Ma l’uguaglianza domanda anche che il criterio sia il più possibile uguale per tutti: valutare ciò che una persona sa, non presumere ciò che sa a partire dalla sua provenienza.
Se hai difficoltà in matematica, ti do una mano in matematica. Se fatichi con la lettura, ti aiuto a leggere. Se l’italiano ti mette in crisi, ti sostengo con la lingua, magari organizzando corsi di preparazione nel periodo che precede l’iscrizione.
A Brindisi, come in tante realtà cristiane d’Italia, vi è l’impegno silenzioso di tanti volontari impegnati da anni nell’insegnare l’italiano agli stranieri. Perché, per un cristiano, l’uguaglianza non comincia da una legge: viene prima. Nasce dal riconoscere nell’altro un figlio del mio stesso Dio, con la mia stessa dignità.
Ed è questa consapevolezza che fa dire «sì» al Vangelo e, soprattutto, trasforma quel sì in un fare, rendendo capace di leggere i segni dei tempi, di accorgersi di un bisogno e rispondere.
Forse una società (una scuola) veramente inclusiva dovrebbe riuscire a dire a ogni bambino: non mi interessa da dove vieni; voglio sapere dove sei arrivato e che cosa posso fare perché tu possa andare avanti insieme agli altri.
Dio non fa calcoli. «Anche uno solo» è quel bambino nel banco accanto ai nostri figli, quella neonata morta in mare al largo delle Canarie. Accogliere l’altro significa anzitutto riconoscerlo. Non significa negare i problemi che può portare con sé, significa non decidere chi sia prima di averlo incontrato.
Apriamo il Vangelo di Matteo al capitolo 18 versetto 5, troviamo «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me», e proviamo a rispondere: questa affermazione di Gesù quale luce getta sulle scelte a cui stiamo assistendo in questo tempo?
Non abbiamo risposte facili. Ma abbiamo il dovere di fare domande difficili, lasciandoci interrogare dal Vangelo. Abbiamo il dovere di non trasformare una questione educativa in uno scontro tra buoni e cattivi, tra chi vuole integrare e chi vuole difendere la qualità della scuola.
Se Gesù dice «chi accoglie anche uno solo di questi bambini in mio nome accoglie me», allora il Vangelo ci pone una domanda ancora più radicale, che va oltre il contenuto giuridico di qualsiasi decreto: quando organizziamo le nostre comunità e le nostre scuole, quale posto diamo al volto di quel bambino?
Forse la vera alternativa non è tra accogliere senza regole e stabilire delle regole. La vera sfida è costruire regole capaci di guardare la persona. Regole che non neghino i problemi. Regole che difendano il diritto di chi è già preparato a continuare a crescere. Ma anche regole che, prima di classificare un bambino attraverso la sua provenienza o il suo percorso precedente, cerchino di sapere chi è, che cosa sa e che cosa gli manca per poter camminare insieme agli altri.
Portando le domande della vita nel vangelo, facciamo in modo che il nostro «sì» non resti una parola pronunciata la domenica a Messa, ma diventi un «sì» capace di camminare con noi ogni giorno, fuori dalle nostre chiese; non il «sì» di un cuore che conta numeri e percentuali, ma quello di un cuore che, prima di contare, sa riconoscere, incontrare e accogliere un volto.
Anche uno solo: perché prima della percentuale viene il volto, e prima della provenienza viene la persona.
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Una nota a margine
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Il 30% è un numero chiaro, immediato, di quelli che si ricordano facilmente e che, forse proprio per questo, capace di raccogliere consensi.
Poi, però, il numero incontra la realtà, e la realtà pone una domanda molto concreta: dove li spostiamo questi bambini? La norma prevede di redistribuirli nelle scuole vicine, e questo perché vige in Italia la norma di principio per il rispetto della prossimità al domicilio. Ma proprio nei quartieri e nei territori dove la presenza di famiglie straniere è maggiore, anche le scuole vicine possono trovarsi nella stessa situazione; e nelle aree interne l’alternativa può essere semplicemente troppo lontana.
Così, proprio dove il problema è più forte, il 30% rischia di diventare impraticabile, ed infatti è prevista la deroga. A quel punto si torna alla soluzione forse meno immediata da raccontare (nel linguaggio dei social si direbbe che non ti fa ricevere like), ma certamente più concreta: investire nell’insegnamento dell’italiano e nell’integrazione.
E allora una domanda possiamo permettercela: quel 30% risolve davvero un problema o rende semplicemente più facile raccontare di averlo affrontato?
Perché un numero che raccoglie consensi si trova in fretta.
Una comunità che integra, si costruisce molto più lentamente e con maggiori difficoltà.
parroco vito
